D'annunzio e Buccellati

Dal 1922 Gabriele D'Annunzio diventa uno dei committenti più illustri e fedeli di Mario Buccellati, il famoso gioiellere, milanese d'adozione, viene chiamato dal "Vate" il "principe degli orafi". I due si stimavano ed ebbero uno scambio epistolare che durò fino alla morte di D'Annunzio. Buccellati firmava "Mastro Paragon Coppella" le proprie creazioni per D'annunzio.

"Come é bello il diadema! Lo provo alla mia fronte calva. Le scatole sono ancor più fieramente incise, in paragon delle altre. Bravo! Quel tuo braccialetto traforato suscitò entusiasmi quasi lacrimosi in chi l'ebbe. Squisito é l'anello 'eterno', con i miei due colori araldici, il rosso e il blu...."

Proprio nel 1922 D'annunzio affida a Buccellati la realizzazione di un calamaio, tuttora conservato presso il Vittoriale, inciso con una coppia di cornucopie intrecciate che racchiudono il motto "Io ho quel che ho donato" sopra la firma autografa. I motti preferiti da D'annunzio vengono riproposti du molte opere commissionate, un astuccio portafiammiferi del 1933 incornicia il motto "Ardentior Intus", é in argento, inciso a bulino, con motivi ripresi dai merletti di Burano, finissimi prodotti artigianali che furono fonte di ispirazione per il grande orafo.

Nel maggio del 1925 D'Annunzio scrive all'orafo:"Le custodiette d'Argento, con le imprese di guerra incise, sono avidissimamente cercate dai miei compagni. Fammene con l'Ardisco, col Sufficit, col Semper Adamas, etc."

 

In una lettera del 19 dicembre 1926 D'Annunzo prega Buccellati di eseguire altre scatole d'argento "fieramente incise" con il motto "Ardisco non ordisco" , insieme a quelle son il motto "Memento audere Semper", entro l'11 febbraio di quell'anno, ottavo anniversario della Beffa di Buccari.